Se la vita è un Troì…

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Ormai è buio e la luna sta sorgendo sopra queste montagne…le mie montagne. Le mie mani, dopo aver lavorato tutto il giorno nel bosco, profumano di legno e resina. Ora, in questo momento preferisco attendere, seduto nella notte, prima di rientrare mentre il freddo mi gela.  Quarant’anni fa sedevo d’innanzi alla laguna ed al mio mare che di notte splendeva di luci. “ Lampare “ su barche da pesca.  Da li, da quel piccolo paese d’ortolani e pescatori, di ponti, calli e salsedine è partita la mia volontà di non cambiare. Perché ? E per chi dovevo cambiare? Se la vita è un qualcosa, è sicuramente un troì (un sentiero). Uno nasce e non può far altro che crescere, serenamente a volte e combattendo altre. Dicevano: “ hai un brutto carattere “ perché non facevo quello che loro volevano. Mia sorella aveva un bel carattere, perché non si lamentava mai, e non chiedeva niente. In quel tempo  tra prati e canneti trascorreva la mia vita, ma la mia famiglia si trasferì in “terra ferma” ed io fui mandato a scuola dai salesiani. Una delle cose più terribili è perdere ciò che si ama! La natura e la libertà era il prezzo pagato. Non poter più giocane o andare dove il vento e le stagioni mi portavano…d’inverno sopra i canali ghiacciati, d’estate in riva al mare o in laguna a pescare ostriche.  Fu una cosa orribile. Mi obbligarono a rinunciare alla parte migliore di me, per diventare uno studente di cose che non m’interessavano e un cittadino senza terra e radici. Per quanto tempo poteva durare questa mia rinuncia? Come gli antici popoli, che scendevano dal nord guidati dalle veridiche, donne che vedevano oltre l’apparente realtà e potevano, senza sapere, trovare la strada e il sentiero giusto, io attendevo…e una donna, la mia donna, decise per me. La valle era stretta in una giornata di pioggia, fulmini e tuoni. Non fu un amore a prima vista, ma dopo un anno da quella visita decidemmo di vivere in Valla di Schievenin. Continuare a lavorare in pianura diventa ogni giorno sempre più difficile e stressante. Mi prende le ossa, i muscoli e le tempie ed a volte guido con fatica e dolore, ma come giungo all’altezza del capitello della “Madonetta”, il verde m’acceca e il cuore s’apre in un respiro. Sono a casa! Gli ultimi chilometri si consumano tra il torrente Tegorzo, gli alberi, le prime case, il ponte Cagnin e le pecore a destra. Le oche, le galline e il cavallo fulvo a sinistra. Là in alto la chiesa su uno sperone di roccia, gli orti, la trattoria, le case, il panificio, il borgo e l’ultima casa con il solito…cane bianco e nero, sempre in agguato. Il paese è superato e si entra nel bosco con gli abeti, i larici, le betulle, ancora pecore, un ponte e una lapide dove furono uccisi dei partigiani. Sulla sinistra un altro ponte, e un sentiero che porta alla madonna di Lourdes e poi la cava di pietra dei fratelli Rech e le mucche. 

Un rudere, all’interno del quale sono nati degli alberi, annuncia l’ultima curva e poi la mia casa tra il buio della montagna e l’abbaiare festoso dei mie  cani. Schievenin è una valle scavata in un milione di anni dal torrente Tegorzo ed è l’unico paese dentro il Massiccio del Grappa. Le montagne ad arco lo proteggono e da tutto il Massiccio migliaia di sottili vene d’acqua qui giungono dando energia e forza. Da qui partono decine e decine di sentieri. Sentieri antichi di schiavi, di fuggiaschi dall’arroganza dei romani e dalle genti della pianura. Meglio falciare il fieno legati ad una corda fino al bordo del burrone o giù lungo i pendii scoscesi della montagna che dire sempre di si, senza mai il coraggio d’alzare lo sguardo. Gente semplice, dura e fiera che decise di spezzare le sue catene e le spade per forgiare falci e zappe. I cognomi vengono dalla notte dei tempi come Specia, da specie di gente o mala gente, Schievenin da schiavi e Roman da romani. Le parole a volte sono pietre se dette da chi ha il cuore contaminato dalla malvagità e dal razzismo, ed è per questo motivo che le genti di montagna sono sempre state disprezzate da chi commerciava o collaborava con i nuovi padroni o con gli invasori. Cattiva gente di pianura, o che viveva lungo le strade e i castelli. Gente che preferiva il piatto pieno di minestra e i salami appesi in soffitta che l’onore d’essere liberi. Le parole sono comunicazione, sono lingua, sono un dialetto dalle parole tronche, di chi a volte fa fatica a parlare dopo una giornata di duro lavoro e  solo un buon bicchiere di vino, bevuto vicino ad un fuoco, riesce a far sciogliere la lingua ed a far respirare il cuore. Tra queste montagne in orti in discesa, con la terra e il letame portato a spalla, si è coltivato di tutto: dagli alberi da frutta, agli ortaggi, al miglio, all’avena, ai fagioli, fino al grano. Dall’altra parte della montagna a Rasai si facevano ceste di vimini che le donne portavano a piedi fino a Venezia ed a Seren si coltivava la canapa. Da qui, mille sentieri che percorrono tutte  le montagne. Monte Tomatico da cuore di tuono, Monte Santo per la limpida acqua, Fontanasecca, Castel di Prada e Cilladon dai profumati ginepri. Col Dante è il mio preferito dove vivevano molte famiglie ed animali, e dove si produceva un vino ruvido come le loro mani di boscaioli e contadini. Col Dante dal malgaro Dante che fu l’ultimo a resistere in quel fazzoletto di terra, come un guerriero antico.. si arrese… solo dopo un lungo combattimento contro i molesti e ingannatori spiriti del bosco. Nella montagna davanti la mia casa c’è Valdumella con il suo “fojaroi”, casa di pietra con il tetto fatto da rami di faggio.

Molti anni fa, proprio lì, dopo il fojaroi e prima del bosco degli abeti la nonna di Berto andava a raccogliere mirtilli, e poi scendeva a piedi per 40 chilometri fino al mercato di Montebelluna, per scambiarli con un sacchetto di farina. Alla mattina presto, quando ancora le nubi stanche riposano sui pendii delle montagne in silenzio parto da solo o con il mio cane Miki per percorrere “ l’Alta via degli Eroi “ e rivedere ciò che è stato. Mulattiera di guerra, di una Grande Guerra mai dimenticata. In paese c’erano gli austriaci e dall’altra parte sul Grappa e sul Monte Tomba i nostri soldati con gli obici. Fu una dura guerra con bombardamenti, distruzione e tanti morti.  Prima di giungere al paese, sulla destra, dentro la grotta del Marmo c’era un ospedale militare. Tutto qui intorno era militare…depositi…cannoni…tanta fame..e giunse l’anno della fame. Zuppa d’ortica, erbe amare e cose impronunciabili erano il pasto quotidiano. Alcune persone raccoglievano il letame dei muli, lo setacciavano accuratamente per raccogliere pochi chicchi d’avena o altro cereale, che ben lavato entrava nelle magre e disperate zuppe. Il cimitero dopo la guerra e dopo la “ spagnola “ era pieno di piccole bianche tombe. Sulle orme di quella Grande Guerra,  vent’anni dopo i partigiani della Brigata Matteotti riuscirono a sganciarsi dall’accerchiamento nazi-fascista. Era fine settembre del 1944, le foglie ingiallivano e il sole era ancor caldo ed iniziò il grande rastrellamento…non c’era una sola valle o montagna in cui gli incendi non rischiaravano le notti. I partigiani si nascondevano nelle antiche trincee e dentro i ricoveri fatti molti anni prima dai nostri alpini. I tedeschi arrivarono a Schievenin e la incendiarono, depredando e uccidendo. Questi sentieri ti portano a case abbarbicate, a ruderi del tempo e della violenza ed a case del vento dove si riponeva il fieno. Queste case sono vive e sono la storia di questi posti e non c’è angolo, valle o costone dove non ci sia una costruzione. Le persone erano tante e i bambini giocavano liberi. La scuola era a due ore di marcia e la chiesa era a due ore di marcia sotto il sole, sotto la neve e la pioggia.

Ma se eri vecchio, per andare a messa non ci volevano due ore ma forse quattro. La parte più magica delle case era il sottotetto con ceste piene di castagne, sacchi di patate, fagioli, uva che passiva, distesa sulle canne e durava fino a Pasqua. I formaggi coperti di sale, i salami appesi e le mele. Tanti e meravigliosi profumi che si mescolavano tra loro e non avevano un nome preciso, ma ora si chiamano nostalgia. Il vino non era una bevanda ma un cibo e si usava per colazione, pranzo e cena. Il sidro di mele era venduto in pianura e il vino di bacche di corniolo o l’acqua di fiori di sambuco serviva per dissetare le aride gole durante il taglio del foraggio. Ora in nessuna strada, paese o città si canta.  Ma fino a pochi anni fa si cantava lavorando, si cantava camminando, si cantava facendo i lavori domestici, si cantava in ostaria bevendo vino e giocando alle bocce. Il bello di camminare lungo questi sentieri sono le scoperte che la natura ci riserva, secondo la stagione o la caduta delle foglie. Gradini di pietra scavati nella roccia, muretti a secco che trattengono la montagna e tante e tante grotte come occhi e bocche, come magazzini e stalle. Grotte per pregare le divinità delle acque e del vento, per la fertilità delle donne e dei pascoli. Grotte diventate chiese per la Madonna o per S. Barbara.  Il cucculo è tornato e siamo in Maggio. Cammina…cammina e vedi…cammina e scopri piante e fiori per ogni stagione. La rossa erica tra la neve, le gialle primule, l’azzurra e viola polmonaria, la farfara, la timida pervinca, il tarassaco, la menta, il timo, il sambuco, il corniolo, il rovo, il lampone e il mirtillo.  Sono pura magia, anche i rumori furtivi della volpe, del tasso, delle martore, dei ghiri sugli alberi e le corse dei caprioli e del cervo. Il passo felpato, dell’ultima arrivata, la lince.  Il volo nell’azzurro degli uccelli…irraggiungibili, e sopra la casa degli spiriti a Sassumà l’aquila osserva. Come non chiedersi un solo motivo per ridiscendere a valle e in pianura. In questo luogo e in questa notte, cosa sta pensando il mio grande cane bianco che da un’ora guarda la luna, e poi guarda Orione, e poi sospira. A volte, il vento s’infrange sulle cime delle betulle e ridiscende lungo i fianchi delle montagne tra cespugli e massi trasformandosi in un caldo braccio e portando le antiche leggende di guerrieri, di montanari, di contrabbandieri, di bracconieri e di giovani donne dalla pelle bianca e dalle gote rosso fuoco, morte di parto. Bambini piccoli che non poterono crescere, perché non c’era da mangiare e grandi laghi scomparsi dopo terremoti. Io pensavo un tempo che le cose e le storie fossero scomparse. Fino a che vivevo in città pensavo che le leggende fossero solo nei libri e che la cultura fosse quella che si trovava nelle librerie, nei teatri e nelle università. Ero cieco e stupido.  Balech è uno spirito del vento veloce come un fulmine, veste di verde e distrugge i raccolti  mettendo sottosopra stalle a magazzini.

Il Mazzariol invece veste di rosso e non parla ma fischia. Le Aguane belle e giovani, vivono ancora nelle acque dando fertilità, e sono buone, mentre la Tardina rapisce i bimbi che ritardano a tornare a casa.  I Can sboldric sono l’antico ricordo dei lupi e le Lumiere fiamme che ti rincorrono. I miei pensieri e il mio cuore hanno riscoperto tutto questo. Amo ogni cosa che mi circonda. La mia antica memoria è ritornata, e come stella mi ha indicato il sentiero che partì dalle sponde del mare per giungere fino ai monti. Sentiero di buona fortuna che si è fermato davanti ad una casa, ora la mia casa. Non è per caso che attendo sempre un po’ prima di rientrare, ma pura volontà, perché voglio sentire il freddo fino alle ossa per poi entrare nella luce e nel calore della mia casa che sa di fuoco, di fumo, di Schiz e di polenta.  Io rivendico la luce del mio troI (sentiero) come anima, come uomo felice d’appartenere alla montagna ed ai boschi.

Mai smetterò di dire: “ Ti Amo “, alla mia compagna di vita ed di troi (sentiero) che aveva visto ciò che io non vedevo. Perché le donne, vedono e comprendono sempre quello che noi uomini non vediamo e non possiamo capire.

In quel tempo e luogo dove ho scritto questo racconto già da 2 anni la mia compagna era ammalata… ora non è più con noi.

Quindi a tutti gli innamorati amatevi perchè il tempo per quanto sembri lungo è sempre troppo breve e la malasorte può colpire anche gli innocenti e puri di cuore.                                                     Vittorio Alberti Naturopata

 

Tratto dal Racconto “Se la via è un Troi” di Vittorio Alberti Valle di Schievenin. 1° premio al concorso letterario “ Raccontiamo la montagna delle prealpi bellunesi e trevigiane “ anno 2002 in occasione dell’ anno internazionale della montagna –  Vittorio Veneto.